Il Presidente del minirugby, Beppe Pancot, si racconta…

  • 18 maggio 2018

L’intervista a Beppe Pancot inizia nei più classici dei modi: «Presentati!».
«Ho 53 anni, sono sposato da 25 anni con Luisa e ho due figli: Giulia e Alessandro».

«Hai mai giocato a rugby?»
«Non proprio! Sono sempre stato affascinato dal mondo del rugby e, da ragazzo, i miei amici erano tutti rugbisti. Tra questi c’era anche Ivan Francescato della Tarvisium. Mio papà, poi, era uno sportivo e mi portava a vedere le partite. Fino ai 20 anni, però, ho trascorso cinque giorni su sette nelle palestre della Polisportiva di Santa Bona, praticando lotta greco-romana. In questa disciplina, ho vinto due campionati italiani, per quattro anni sono stato nella nazionale giovanile e, nel 1981, mi sono qualificato secondo ai mondiali. Poi ho dovuto smettere…»

«Cos’è successo?»
«Ho iniziato a lavorare e non c’era molto tempo per gli allenamenti…
Da 25 anni lavoro nell’azienda Garbuio. Ora sono direttore responsabile della divisione software».

«E, allora, come sei arrivato al Rugby Paese?»
«Nel 2009 sono venuto ad abitare a Paese. Durante l’estate ho iscritto mio figlio Alessandro al Campo organizzato dalla società e lì è scoccata la scintilla: ho seguito i primi allenamenti condotti da Mario Pozzebon. Mario aveva una tale carisma che ho subito deciso di dare il mio contributo!».

«Dopo una carriera da lottatore, quale è stato il tuo ruolo in una società di rugby?»
«Mi sono offerto come accompagnatore, nel frattempo ho seguito anche un corso da allenatore. Serviva un papà che coordinasse il dialogo tra i genitori e la società, che già all’epoca cresceva velocemente. Le squadre si facevano sempre più numerose e la mia capacità di organizzazione e gestione era una dote che tornava utile. Ho fatto, negli anni, l’accompagnatore di tutte le squadre, dalla Under 6 alla Under 14».

«Alla Presidenza del Minirugby, come sei arrivato?»
«Nel 2016, dopo quasi dieci anni da presidente, Giancarlo Stella si è dimesso. Ho dato la disponibilità a subentrargli, a un solo patto: che Giancarlo, detto Cicca, rimanesse all’interno della società per la parte tecnica, e che vice fosse nominato Fabio Favaro, altrettanto serio, competente e appassionato genitore!»

«La tua famiglia, come vive il tuo impegno? È un’attività molto assorbente, che non si limita a qualche giorno la settimana…»
«La mia famiglia, in realtà, è tutta qui! Luisa, mia moglie, è impegnata quasi full-time, come volontaria, in cucina e in Club House. Mia figlia Giulia è allenatrice dell’Under 6… Ma, devi sapere, questa non è una società qualunque! Questa è una bellissima società, fatta di persone belle. È la forza del gruppo. La sera, dopo una giornata di lavoro da informatico, nonostante la stanchezza, mi chiedo cosa sarebbe la mia vita senza il rugby… È la mia passione ed è anche un impegno che ha risvolti sotto il profilo sociale, è entrato nella mia vita e la riempie di momenti pieni di emozione».

Mentre parla, più di una volta, gli occhi si fanno lucidi.
Sorride gioioso, e sdrammatizza dicendo: «Dai, procediamo con un’altra domanda!».

«Quali sono, dunque, i punti di forza della società che dirigi?»
«Innanzitutto abbiamo una storia: guarda il logo, c’è scritto 1956! Possiamo elencare il nome di molte persone che sono state capaci di creare una società di buon livello, dal nulla. Abbiamo impianti di tutto rispetto. Intorno alle squadre, ruotano moltissimi genitori con la voglia di dare una mano…»

«Qualche punto di debolezza ci sarà…»
«Sì, forse quello di essere troppo autocritici. È una virtù mettersi in discussione ma non bisogna esagerare…»

«Questi giorni sono ricchi di emozioni: la settimana scorsa la promozione in serie A della prima squadra; è iniziato il count-down del Torneo Visentin… Come dialogano queste due anime del Rugby Paese?»
«Da anni, io e Fabio Favaro crediamo nel coinvolgimento dei giocatori seniores! Quattro, cinque di loro sono diventati allenatori dei bambini del minirugby. Quando i  piccoli, la domenica, vengono al campo a vedere le partite, trovano i “grandi” a difendere la palla: è inevitabile che si instauri tra l’allenatore e il giovanissimo canguro un rapporto di stima e fiducia, fondamentale per una emulazione positiva… Noi ci abbiamo creduto, e pare che stia diventando un fenomeno “virale”!».

«Il futuro, come si delinea?»
«Vedo una società che va avanti, una società capace di crescere e di diventare di ancora più alto livello. Questo può accadere  in virtù della capacità di strutturarsi, di essere una associazione sportiva ben organizzata, non lasciata alla sola iniziativa di qualche volenteroso o appassionato. Credo molto nel confronto tra allenatori, dirigenti, genitori: è necessario capire le esigenze, prima di prendere qualsiasi iniziativa. In una società sono moltissimi i ruoli: è come quando si sale in montagna e c’è uno zaino da portare in cima… in una società, quando non ce la fai, trovi sempre qualcuno disposto a darti una mano!».

Ora lo possiamo dire: oggi è il compleanno del presidente Pancot e l’intervista è il nostro modo di festeggiarlo e di ringraziarlo della dedizione e dell’allegria con cui contagia tutta la società!